martedì 3 febbraio 2015

Truman Capote: la sincerità al servizio dell'arte




Truman Capote - A sangue freddo (Capote), non è un biopic. Anzi, è come ogni biopic dovrebbe essere, se non altro al cinema. Prendere la vita di un personaggio e raccontarla sullo schermo, quindi racchiudere il suo spirito in una sequenza di immagini, è un compito difficilissimo.

L'essere umano è incoerente, con se stesso e con ciò che lo circonda; fare un film biografico nel senso più comune del termine è un'impresa impossibile, se in questo si vuole donare un'organicità e una coerenza fondamentali per una visione esaustiva e soddisfacente.

La mossa vincente è quindi quella di prendere un periodo (relativamente breve) e legarlo (per sineddoche) indissolubilmente alla figura pubblica del personaggio, in modo da esaltarne il lato più conosciuto e macchiettistico, ma anche di dissotterrarne i lati più nascosti e privati.

Quella di Truman Capote è stata una figura oltremodo ambigua, per i suoi contemporanei così come per le generazioni successive. Cercare di ricostruirlo sul grande schermo sarebbe stato sicuramente un suicidio commerciale e un insuccesso autoriale. L'intelligenza di Bennett Miller, qui al suo esordio alla regia, ha fatto si che ciò non accadesse.

Miller, infatti, si concentra su un determinato periodo della vita dello scrittore americano: dal 1959 al 1966, ovvero gli oltre sei anni che impegnarono Capote nella stesura del romanzo(-verità) che lo avrebbe consacrato nell'Olimpo della grande letteratura a stelle e strisce (e non solo).
Utilizzando quest'arco narrativo, Miller tratteggia una figura tanto carismatica quanto in perenne conflitto, devota all'arte e alla passione per essa quanto alla spesso esacerbante noncuranza per l'altrui opinione. Il film stesso è a sua volta specchio di questa ambiguità caratteriale che fa da fondamento alla strepitosa performance di Philip Seymour Hoffman (tragicamente scomparso il 2 febbraio 2014, e a un anno esatto mi sono sentito in dovere di recuperare questo suo "gioiello della corona").

Il Truman Capote di Seymour Hoffman corre sempre sul filo delle emozioni; lo spettatore vive il suo conflitto, ma non ha mai chiaro se Capote abbia instaurato un vero e solido rapporto di sincera affinità emotiva con Perry Edward Smith (uno dei due assassini del massacro di Holcomb, vicenda di cui tratta il libro), oppure stia solo inscenando una commedia per guadagnarsi quell'agognato finale di cui ha disperatamente bisogno.

Un'ambiguità che l'eccezionale regia di Miller, che catalizza al massimo la densissima e calibratissima sceneggiatura di Dan Futterman, non risolve mai pienamente, perché perfino lo stesso Capote ne era vittima, a volte consapevole, altre no; ecco allora che se mai si volesse cercare una certa sincerità nel tormentato (e maledetto) autore americano, questa sarà rintracciabile solo nella sua arte. Nei suoi romanzi, racconti, e ovviamente nel suo capolavoro - quel A sangue freddo, dal titolo così potente di cui persino Capote ha timore; il timore che possa davvero indicare una certa sua inclinazione per la spietatezza (artistica) che lo avvicina in maniera inquietante a quella (violenta) del suo oggetto d'investigazione.

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