Il quinto album di Dente, al secolo Giuseppe Peveri, è quello che segna la consacrazione per il cantautore di Fidenza; intanto non potrà sfuggire una coerenza profonda tra testi e sonorità che ai precedenti lavori un po' mancava. Tutto l'album è permeato da quelle sonorità latine tipiche della musica brasiliana tanto amata da Dente, per sua stessa ammissione.
Non mancano i suoi classici e riconoscibili giochi di parole, tipico marchio di fabbrica, così come la maniacale attenzione per il testo e la ricercatezza delle citazioni; quello che rende L'almanacco del giorno prima un vero balzo in avanti per Dente è quell'aura di malinconia che, se nei precedenti lavori era pressoché dominante, adesso diventa un pretesto per parlare del presente con una nota di rinnovato ottimismo ("non mi sono rassegnato affatto, come invece ha fatto tu" recita il singolo di lancio - Invece tu).
Il discorso intrapreso nei suoi album più recenti ed esploso con Io tra di noi (2011), ovvero della quotidianità e della modernità insita negli affari di cuore si fa più esaustivo e meno sospeso, contornato da una composizione musicale finalmente all'altezza del talento di Dente (grazie anche alla produzione di Sony).
Non ci resta che goderci questo suo nuovo lavoro, più maturo, sognante, con la voglia di salire in cielo e toccare le stelle, ma con l'umiltà di rimanere coi piedi per terra.
The Wolf of Wall Street
(USA, 2013) Regia: Martin Scorsese Sceneggiatura: Terence Winter Cast: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Jean Dujardin, Rob Reiner, Cristian Milioti, Kyle Chandler Genere: biografico, farsa PUBBLICATO SU: The Horsemoon Post
L’ascesa e il declino di
Jordan Belfort che da novello broker di Wall Street in seguito al crollo del
1987 è costretto a reinventarsi completamente. Fonda una sua società di
consulenza finanziaria, sfrutta le falle del sistema, si arricchisce, si droga,
si diverte, sposa una donna bellissima, vive di eccessi e tutto questo non gli
basta mai.
Martin Scorsese ci aveva
già abituato a storie di eccessi e tentazioni, di ascese e declini, di follia e
depressione, stavolta lo fa con una nuova visione che non prevede né limiti né
regole proprio come il suo carismatico protagonista. Un uomo, Jordan Belfort,
molto assuefatto da quel sistema da lui stesso messo in piedi, per cui ogni
esagerazione rientra nel canone abituale della sua vita, senza la quale non
potrebbe andare avanti nemmeno un momento (“se devo morire, non me ne andrò da
sobrio” dice a un certo punto). Il regista newyorkese sa di cosa sta parlando,
inevitabile il parallelo con la sua vita, quella negli anni Settanta, fatta di
eccessi sfrenati, fiumi di droga, e un rapporto sconvolgente con la macchina da
presa, rapporto che Scorsese mima in maniera evidente anche in The Wolf of Wall
Street, film esagerato, ossessivo, esplosivo, delirante, eccessivo,
"stupefacente" appunto.
La parabola discendente
del broker di successo, la critica al meschino mondo della finanza che crea
figure assimilabili ai gangster del passato (e in qualche modo le movenze di
Belfort li ricordano), ma che in maniera davvero straniante sono ammirati e
accettati dalla società. Tutto il discorso che emerge in superfice è
ricostruito nei minimi dettagli, anche quelli che riguardano la materia
strettamente economica (di cui però ci viene fortunatamente risparmiata
l’esposizione morbosa) nascondono il vero tema della pellicola: la dipendenza.
Che si tratti di soldi, del sesso, della droga, la dipendenza è una bestia che
difficilmente ognuno di noi è in grado di sconfiggere, e Wall Street è il
mostro che ne esalta le sue potenzialità distruttive.
Nel suo aspetto formale
The Wolf of Wall Street è il delirio (nella sua valenza artistica) più
esageratamente ordinato, scandito in maniera vorticosa dal frenetico montaggio
(ancora una volta dell’ottima Thelma Schoonmaker), da una sceneggiatura
sbalorditiva (Terence Winter è pur sempre la penna che ha dato vita a The
Sopranos e Boardwalk Empire) sempre in costante impennata (le parti più
“sobrie” danno modo allo spettatore di riprendere il fiato) sostenuta e scossa
da un Leonardo DiCaprio gigantesco nel suo continuo gigioneggiare ed essere
sempre sopra le righe, come il personaggio e il tono del film richiede. La sua
è una prova maiuscola, complice il fatto di essere stato il primo a credere nel
progetto (da lui anche prodotto) e aver aspettato l’amico (e mentore) Scorsese
per realizzarlo. Al suo fianco la splendida sensualità e dolcezza di Margot
Robbie, incantatrice come poche altre, e la spassosità necessariamente
imbrigliata di Jonah Hill. Elettrizzante cameo di Matthew McConaughey che in
dieci minuti di pellicola scandisce il leitmotiv infinito della storia.
La pellicola ha già
ottenuto il Golden Globe al miglior attore in una commedia (andato a DiCarpio),
nonché cinque nomination ai prossimi premi Oscar (Miglior film, regia,
sceneggiatura non originale, attore protagonista - DiCaprio, attore non
protagonista – Hill).
Tutta colpa di Freud
(Italia, 2014) Regia: Paolo Genovese Sceneggiatura: Paolo Genovese Cast: Marco Giallini, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Alessandro Gassman, Claudia Gerini, Laura Adriani Genere: commedia
Francesco fa l'analista a Roma, separato da quasi vent'anni dalla moglie ha cresciuto le sue tre figlie praticamente da solo, facendo loro non solo da padre e madre ma anche da psicologo di famiglia. Un ruolo che orma calza stretto a Francesco, alle prese con la crisi d'identità di Sara (che da lesbica convinta decide di dedicarsi agli uomini dopo l'ennesima rottura), con i sogni di Marta (la quale perde s'innamorerà di un "cleptomane sordomuto") e con Emma, che un bel giorno gli presente il suo amante, di ben trentadue anni più grande.
Paolo Genovese scrive e dirige (il soggetto è tratto dal suo primo romanzo omonimo, pubblicato quasi in contemporanea con l'uscita del film) una commedia diversa dai suoi soliti film; il regista romano infatti, dopo la collaborazione con Luca Miniero e un paio di tentativi apprezzabili come La banda dei Babbi Natale e Immaturi, era scaduto miseramente con il fiacco sequel di quest'ultimo. Non che Tutta colpa di Freud sia una commedia irresistibile, tutt'altro, ma a differenza dei suoi precedenti lavori si accoglie più favorevolmente il tentativo di questo regista di rimettersi al lavoro (a differenza del collega Miniero che sforna una pellicola ridicola dopo l'altra, ma ,complici gli incassi, sembra anche obbligato). Prima di tutto è encomiabile la scelta, ottima, di collocare Marco Giallini in un ruolo per lui anomalo, ovvero lo psicanalista, uomo colto per eccellenza quando invece eravamo soliti vederlo in ruoli più coatti e "romani" come nei recenti Posti in piedi in paradiso e Buongiorno, papà. Giallini, incredibile ma vero, sembra nato per un ruolo simile, dove gioca perennemente in sottrazione e sembra quasi far fatica a trattenersi, come d'altronde uno psicanalista ha l'obbligo morale di fare.
Purtroppo certi difetti del cinema di Genovese ci sono ancora, e portano a chiedersi se senza questi il regista romano sarebbe in grado di sfornare un buon cinema, anche autoriale, perché la voglia c'è ed è evidente; la costruzione narrativa è apprezzabile, ma alcune forzature sono evidenti, così come l'esasperante utilizzo della voce-off soprattutto nell'incipit, e la fastidiosissima prassi dell'inserimento di canzoni contemporanee per nascondere alcune carenze dello script. Tutti i personaggi poi sono descritti minuziosamente (il più debole e poco credibile è quello di Vittoria Puccini, anche la meno convincente nel cast), e la direzione degli attori e delle scene appare finalmente meditata, a differenza di tanti, troppi prodotti simili.
Menzione speciale per Anna Foglietta, vera scoperta del film; classe 1979, è la vera mattatrice del film, ricca di brio e verve recitative sia nell'espressione che nella fisicità scenica. Sarebbe curioso vederla protagonista assoluta, con la certezza che non deluderà le aspettative. VOTO : 6,5/10