giovedì 27 febbraio 2014
OSCAR 2014: LE PREVISIONI
Il 2 marzo l'Academy si pronuncerà sul meglio del cinema di questa stagione cinematografica; a dominare le nomination sono stati Gravity, di Alfonso Cuaròn, e American Hustle, di David O. Russell. Segue 12 anni schiavo, di Steve McQueen, con 9 nomination.
Qui di seguito elenco le mie preferenze accompagnate da chi molto probabilmente si aggiudicherà la statuetta più famosa del cinema.
Premetto che non ho visionato né i documentari né i corti, quindi non mi pronuncerò in merito alle relative categorie. Posso solo suggerire che il premio per il MIGLIOR DOCUMENTARIO andrà a The Act of Killing trionfante praticamente ovunque.
Anche se American Hustle è più vivo nella memoria dei giurati e membri dell'Academy, dovrebbe essere facile per Il grande Gatsby di Luhrmann vincere nella categoria, poche, pochissime le possibilità degli altri candidati, compreso 12 anni schiavo.
MIGLIORI COSTUMI:
Chi dovrebbe vincere: Il grande Gatsby
Chi vincerà: Il grande Gatsby
Nella categoria del trucco stupisce l'assenza di American Hustle, come scordarsi della permanente di Bradley Cooper e del riporto grottesco di Christian Bale, quindi appare scontata la vittoria di Dallas Buyers Club. Bad Granpa ha poche chance, già la nomination è una vittoria, mentre The Lone Ranger è stato odiato negli States.
MIGLIOR TRUCCO:
Chi dovrebbe vincere: Dallas Buyers Club
Chi vincerà: Dallas Buyers Club
Prima categoria prettamente tecnica, quest'anno il film di Cuaròn non dovrebbe avere avversari per queste sezioni.
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO:
Chi dovrebbe vincere: Gravity
Chi vincerà: Gravity
MIGLIORI EFFETTI SONORI:
Chi dovrebbe vincere: Gravity
Chi vincerà: Gravity
MIGLIORI EFFETTI VISIVI:
Chi dovrebbe vincere: Gravity
Chi vincerà: Gravity
La canzone sicuramente più emozionante e originale è a mio parere quella composta da Karen O sul testo di Spike Jonze per Her, ma l'Academy fa da sempre scelte più simboliche e in questo senso il premio agli U2 per Ordinary Love dovrebbe essere più probabile.
MIGLIOR CANZONE:
Chi dovrebbe vincere: The Moon Song, di Karen O e Spike Jonze
Chi vincerà: Ordinary Love, di U2
Appurata la scandalosa assenza di Alex Ebert, vincitore del Globe per All Is Lost, e la scelta di 12 anni schiavo (troppo derivativo e superficiale) al posto del tema più originale di Rush per Hans Zimmer, il premio dovrebbe andare a Price per Gravity, anche se lo meriterebbero notevolmente gli Arcade Fire per Her.
MIGLIOR COLONNA SONORA:
Chi dovrebbe vincere: William Butler e Owen Pallett per Her
Chi vincerà: Steven Price per Gravity
La pellicola di Paul Greengrass non mi è piaciuta affatto, e trovo assurda la nomina a miglior film, ma è innegabile la perizia dal lato tecnico che nel montaggio è assolutamente encomiabile. Premesso che se ci fosse stata Thelma Schoonmaker il premio sarebbe già in mano sua, dovrebbe trionfare Gravity.
MIGLIOR MONTAGGIO:
Chi dovrebbe vincere: Christopher Rouse per Captain Phillips
Chi vincerà: Alfonso Cuaròn e Mark Sanger per Gravity
Le scenografie del grande Gatsby si ricordano più del film stesso, quindi vanno premiate assolutamente, ma gli ambienti anni '70 ricostruiti per American Hustle non sono da meno.
MIGLIOR SCENOGRAFIA:
Chi dovrebbe vincere: Il grande Gatsby/American Hustle
Chi vincerà: Catherine Martin e Beverley Dunn per Il grande Gatsby
Il 2014 è l'anno in cui Lubezk ha finalmente l'occasione per vendicarsi dell'Academy che nel 2012 gli rubò il premio strameritato per The Tree of Life, ma meriterebbe anche il lavoro "onirico" di Delbonnel per i Coen.
MIGLIOR FOTOGRAFIA:
Chi dovrebbe vincere: Emmanuel Lubezki per Gravity/Bruno Delbonnel per Inside Llewyn Davis
Chi vincerà: Emmanuel Lubezki per Gravity
Qui non c'è storia, Frozen ha trionfato ovunque.
MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE:
Chi dovrebbe vincere: Frozen
Chi vincerà: Frozen
Non ci dovrebbe essere storia nemmeno qui, l'Italia tornerà ad essere premio Oscar al miglior film straniero 15 anni dopo La vita è bella di Benigni.
MIGLIOR FILM STRANIERO:
Chi dovrebbe vincere: La grande bellezza
Chi vincerà: La grande bellezza
A parte che candidare Linklater come "non originale" sa di svista clamorosa (tratto da che?), qui andrebbe premiata la follia di Terence Winter (creatore anche di Boardwalk Empire) nell'adattare con un ritmo vertiginoso la biografia di Jordan Belfort, ma il premio andrà a 12 anni schiavo probabilmente.
MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE:
Chi dovrebbe vincere: Terence Winter per The Wolf of Wall Street
Chi vincerà: John Ridley per 12 anni schiavo
Forte della vittoria ai Golden Globe, Spike Jonze dovrebbe vincere anche la statuetta degli Oscar e se la meriterebbe pure; l'unico in grado di ostacolarlo sembrerebbe David O. Russell mentre Woody Allen sebbene abbia scritto un ottimo film non dovrebbe avere grosse chance.
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE:
Chi dovrebbe vincere: Spike Jonze per Her
Chi vincerà: Spike Jonze per Her
Qui ci sono molti dubbi: da un lato la giovane Lupita, premiata dai BAFTA e dal sindacato attori, dall'altro Jennifer Lawrence, vincitrice appena un anno fa come protagonista, vincitrice quest'anno del Globe e amatissima da Hollywood e dall'Academy.
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:
Chi dovrebbe vincere: Lupita Nyong'o
Chi vincerà: Jennifer Lawrence
Jared Leto vanta il Globe e il premio del sindacato attori, ai BAFTA non era nominato, ma lo meriterebe anche e di più Michael Fassbender, scandalosamente snobbato nel 2012 per Shame.
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:
Chi dovrebbe vincere: Michael Fassbender
Chi vincerà: Jared Leto
Forse il premio più sicuro di tutta quest'edizione, la divina Cate ha già il premio in tasca dopo aver trionfato letteralmente ovunque. Menzione speciale per Meryl Streep: potete dire ciò che volete ma dovrebbe istituire un Oscar solo per lei e darglielo ogni anno, anche se non recita in nessun film.
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:
Chi dovrebbe vincere: Cate Blanchett/Meryl Streep
Chi vincerà: Cate Blanchett
Qui la scelta è dura: Leonardo DiCaprio è lo snobbato dall'Academy, quello che non ottenne la candidatura (meritatissima) per Django Unchained (ma li centravano anche le politiche di Weinstein e co.), che se lo vide soffiare da un blando Jamie Foxx nel 2005 per la sua interpretazione migliore (in The Aviator). Qui lo meriterebbe eccome, ma... Già "ma", ma c'è Matthew McConaughey, protagonista di una rinascita con pochi precedenti nella storia di Hollywood e l'America, si sa, ama chi si rialza dopo una brutta botta. Matthew è stato protagonista di un'ascesa clamorosa, da Tropic Thunder a The Lincoln Lawyer, da Killer Joe a Mud, per arrivare a Dallas Buyers Club (l'avrei nominato anche come non protagonista per The Wolf of Wall Street al posto di Bradley Cooper). Quest'anno poi l'ulteriore consacrazione televisiva con True Detective.
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:
Chi dovrebbe vincere: Matthew McConaughey/Leonardo DiCaprio
Chi vincerà: Mathew McConaughey
Qui la concorrenza è agguerritissima, è uno di quegli anni in cui saremo costretti a snobbare Scorsese, Russell, Payne e McQueen per inchinarci al messicano di Hollywood, con merito (non per niente è suo il miglior Harry Potter della saga).
MIGLIOR REGIA:
Chi dovrebbe vincere: Alfonso Cuaròn
Chi vincerà: Alfonso Cuaròn
La volta che Brad Pitt vince l'Oscar? Si, ma come produttore di 12 anni schiavo e che consacrerà a livello globale un regista fino a pochi anni fa conosciuto solo da una nicchia di appassionati, ovvero Steve McQueen. I film candidati quest'anno sono di un livello molto alto, basti citare American Hustle, Nebraska, Dallas Buyers Club, Her, Gravity, escluso l'orribile Captain Phillips.
MIGLIOR FILM:
Chi dovrebbe vincere: 12 anni schiavo
Chi vincerà: 12 anni schiavo
venerdì 14 febbraio 2014
Alexander Payne, dalle Hawaii in Nebraska per continuare a farci emozionare
Nebraska
(USA, 2013)
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura: Bob Nelson
Cast: Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk
Genere: Commedia drammatica
Woody Grant è un vecchio pensionato del Montana che, ricevuta una lettera su una sua possibile vincita milionaria, vuole partire per il Nebraska e incassare la somma. Inizialmente contrario, il figlio David lo accompagnerà nel viaggio, conscio che si tratta di una banale truffa, e sfrutterà l'occasione per conoscere più da vicino quella figura misteriosa che è stata suo padre.
Alexander Payne è uno dei pochi registi contemporanei in grado di lasciare un'impronta indelebile e perfettamente riconoscibile nei suoi film; il cineasta di Omaha ci ha da sempre abituati a storie grezze e sincere, che parlano della terra, di perenni viaggi alla ricerca di se stessi e degli altri che non abbiamo mai conosciuto veramente. Fu così per Ruth, tossicodipendente incastrata in una lotta tra abortisti e cattolici, passando per il Jim McAllister di Election, pronto a conoscere gli angoli più malsani della propria personalità dopo una prima parte di vita invidiabile e tranquilla. Con About Schmidt il balzo che gli vale l'Oscar, il primo, e che traccerà il tema più ricorrente nella sua successiva attività, ovvero il viaggio attraverso cui scoprire non solo se stessi, ma guardare il cambiamento di un America in continuo mutamento. Ciò che invece resta inalterato è il meraviglioso paesaggio che Payne osserva con occhio giornalistico, ma non privo di quell'estasi di cui le sue storie si nutrono. Payne è anche un ritrattista in senso moderno, i suoi personaggi difficilmente sono dimenticabili, anzi proprio per niente. Difficile scordarsi la rassegnazione sul volto di Jack Nicholson o il lento disvelamento degli inganni sentimentali affrontati dal George Clooney di The Descendants (secondo Oscar), così come sarà impossibile dimenticare il volto scavato e vissuto di Bruce Dern in questo Nebraska.
La figura di Dern, Woody Grant, è una delle più ricorrenti nel cinema, spesso americano: un uomo segnato dalla vita, dalla guerra scopriremo poi, ma soprattutto dal suo carattere. Un carattere che lo ha in qualche modo costretto a vivere una vita fatta di poche soddisfazioni, con una moglie opprimente e logorroica; tutto quanto affogato nell'alcool, vizio da cui non è mai riuscito a liberarsi e che ha argutamente trasmesso ai propri figli.
Per la prima volta alle prese con una storia non scritta di suo pugno, Payne non tradisce se stesso, anzì modella e adatta la sceneggiatura di Bob Nelson donandole quel carattere itinerante suo marchio di fabbrica. La scelta del bianco e nero per la fotografia si rivela vincente, in una storia in cui l'80% delle persone ritratte hanno ormai superato la sessantina e in territori, quelli del Montana e del Nebraska, che appunto non brillano per brio.
David Grant, interpretato da un bravissimo Will Forte (prima esperienza in un ruolo non comico), dapprima riluttante, decide di far vivere quest'avventura al padre, contro tutto e tutti (soprattutto la madre); sarà l'occasione per conoscere il proprio padre, solitamente taciturno, la sua giovinezza, le sue ambizioni, i suoi fallimenti e il suo sogno (americano, of course). June Squibb regala una grande performance, che forse è più figlia di un personaggio ben scritto, quello di una madre "padrona" dalle mille sfaccettature.
Questa è l'America contadina, quella operaia, dimenticata e isolata dal resto del mondo, a cui Alexander Payne dedica un affresco sincero e misurato: si, perché i suoi film sono anche questo, un canto dolce e mai esplosivo. Payne non vuole l'immediatezza dell'emozione, i suoi concetti devono essere assimilati, digeriti, e lentamente l'emozione cresce e s'ingigantisce a dismisura tempo dopo la visione. E in quel momento sai che ha fatto centro ancora una volta.
VOTO : 8/10
(USA, 2013)
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura: Bob Nelson
Cast: Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk
Genere: Commedia drammatica
Woody Grant è un vecchio pensionato del Montana che, ricevuta una lettera su una sua possibile vincita milionaria, vuole partire per il Nebraska e incassare la somma. Inizialmente contrario, il figlio David lo accompagnerà nel viaggio, conscio che si tratta di una banale truffa, e sfrutterà l'occasione per conoscere più da vicino quella figura misteriosa che è stata suo padre.
Alexander Payne è uno dei pochi registi contemporanei in grado di lasciare un'impronta indelebile e perfettamente riconoscibile nei suoi film; il cineasta di Omaha ci ha da sempre abituati a storie grezze e sincere, che parlano della terra, di perenni viaggi alla ricerca di se stessi e degli altri che non abbiamo mai conosciuto veramente. Fu così per Ruth, tossicodipendente incastrata in una lotta tra abortisti e cattolici, passando per il Jim McAllister di Election, pronto a conoscere gli angoli più malsani della propria personalità dopo una prima parte di vita invidiabile e tranquilla. Con About Schmidt il balzo che gli vale l'Oscar, il primo, e che traccerà il tema più ricorrente nella sua successiva attività, ovvero il viaggio attraverso cui scoprire non solo se stessi, ma guardare il cambiamento di un America in continuo mutamento. Ciò che invece resta inalterato è il meraviglioso paesaggio che Payne osserva con occhio giornalistico, ma non privo di quell'estasi di cui le sue storie si nutrono. Payne è anche un ritrattista in senso moderno, i suoi personaggi difficilmente sono dimenticabili, anzi proprio per niente. Difficile scordarsi la rassegnazione sul volto di Jack Nicholson o il lento disvelamento degli inganni sentimentali affrontati dal George Clooney di The Descendants (secondo Oscar), così come sarà impossibile dimenticare il volto scavato e vissuto di Bruce Dern in questo Nebraska.
La figura di Dern, Woody Grant, è una delle più ricorrenti nel cinema, spesso americano: un uomo segnato dalla vita, dalla guerra scopriremo poi, ma soprattutto dal suo carattere. Un carattere che lo ha in qualche modo costretto a vivere una vita fatta di poche soddisfazioni, con una moglie opprimente e logorroica; tutto quanto affogato nell'alcool, vizio da cui non è mai riuscito a liberarsi e che ha argutamente trasmesso ai propri figli.
Per la prima volta alle prese con una storia non scritta di suo pugno, Payne non tradisce se stesso, anzì modella e adatta la sceneggiatura di Bob Nelson donandole quel carattere itinerante suo marchio di fabbrica. La scelta del bianco e nero per la fotografia si rivela vincente, in una storia in cui l'80% delle persone ritratte hanno ormai superato la sessantina e in territori, quelli del Montana e del Nebraska, che appunto non brillano per brio.
David Grant, interpretato da un bravissimo Will Forte (prima esperienza in un ruolo non comico), dapprima riluttante, decide di far vivere quest'avventura al padre, contro tutto e tutti (soprattutto la madre); sarà l'occasione per conoscere il proprio padre, solitamente taciturno, la sua giovinezza, le sue ambizioni, i suoi fallimenti e il suo sogno (americano, of course). June Squibb regala una grande performance, che forse è più figlia di un personaggio ben scritto, quello di una madre "padrona" dalle mille sfaccettature.
Questa è l'America contadina, quella operaia, dimenticata e isolata dal resto del mondo, a cui Alexander Payne dedica un affresco sincero e misurato: si, perché i suoi film sono anche questo, un canto dolce e mai esplosivo. Payne non vuole l'immediatezza dell'emozione, i suoi concetti devono essere assimilati, digeriti, e lentamente l'emozione cresce e s'ingigantisce a dismisura tempo dopo la visione. E in quel momento sai che ha fatto centro ancora una volta.
VOTO : 8/10
venerdì 7 febbraio 2014
A proposito di Davis...e dei Coen!
Inside Llewyn Davis
(USA, 2013)
Regia: Joel & Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel & Ethan Coen
Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham, Adam Driver
Genere: Drammatico
Il caso, la sfortuna, il fato. Sono temi che ricorrono sempre nella filmografia di Joel e Ethan Coen fin dal bellissimo esordio con Blood Simple per arrivare ad A Serious Man, una delle perle più sottovalutate della loro intera carriera, e capolavoro assoluto per chi scrive.
In tutto questo nichilismo senza fondo, senza spiegazione, surreale, grottesco, comico, i Coen sguazzano come fossero a casa, ma il loro filosofeggiare (a volte scherzoso, altre più serio) è sempre circondato da un rigore stilistico che pochi altri cineasti riescono a mantenere nel corso di una carriera. Che l'Oscar e la consacrazione definitiva sia arrivata solamente con No Counrty for Old Men (se escludiamo il premio per lo script di Fargo) è una magra consolazione, ma la prova che il duo registico di St. Louis Park oltre che essere un grande, enorme talento artistico, lo è anche a livello imprenditoriale. Coraggiosi, prima di tutto, perché capaci di alternare lavori faticosi e laboriosi come True Grit e, appunto, No Counrty for Old Men, a pellicole più personali e "minori" in cui però emerge in maniera esplosiva la loro filosofia di vita, condita da quel black humour diventato il loro marchio di fabbrica.
Non ne è esente nemmeno Inside Llewyn Davis, vincitore del Gran Prix della giuria all'ultimo festival di Cannes e lodato universalmente come uno dei migliori film della passata stagione cinematografica. Ebbene si, il film ispirato alla vita di Dave Van Ronk, scala incredibilmente la classifica e raggiunge le loro vette migliori; impossibile non ripensare alla filosofia di A Serious Man, al bianco e nero di The Man Who Wasn't There, o all'odissea dei tre protagonisti di Oh Brother, Where Art Thou?
Molti lo hanno definito un Coen minore, e parecchi altri continueranno ad affermarlo, ma il cuore di questi due cineasti sta proprio in questi piccoli prodotti (il budget è di appena 11 milioni di dollari), film in cui sanno già che il pubblico non si rispecchierà totalmente, a parte forse i seguaci più fieri.
Il racconto si svolge nel 1961 in quel Greenwich Village palcoscenico della scena folk americana, dove il talentuoso ma arrogante Llewyn Davis tenta disperatamente di imporsi come solista, dopo la prematura scomparsa del partner di un tempo (suicidatosi buttandosi giù dal George Washington Bridge, il ché sarà al centro di una buffa battuta scandita dal personaggio di John Goodman). Così seguiamo Llewyn, inseguito dal gatto Ulisse, per le strade e le superstrade dell'America, lottando con tutte le forze per rimanere integro e fedele alle sue convinzioni e non lasciarsi corrompere da un sistema che sta lentamente catapultando la folk music verso il commerciale. Prima che un certo ragazzino di Duluth arrivi a fare piazza pulita...
Così, come una lunga odissea senza fine e con un enigmatico eterno ritorno, il protagonista si chiede e ci chiede se ce la farà mai a sfondare in un mondo dove le regole stabilite sono già contro di te. I Coen, al solito, si (e ci) interrogano pur sapendo di non avere le risposte; in una visione del mondo in cui avere le risposte risulta impossibile ci basta un loro film, magistralmente diretto come quest'ultimo (ma come sempre), poeticamente fotografato da Bruno Delbonnel, musicalmente impeccabile grazie agli splendidi brani assemblati e cantati, tra gli altri, da un Oscar Isaac perfetto nella parte di un antieroe, a tratti antipatico ma profondamente vero, reale, tangibile. Il cast di caratteristi è dosato con intelligenza e tutti sono all'altezza del compito.
Inside Llewyn Davis è quindi il canto dolce e sofferto di una vita senza scampo. Affascinante, poetico, crepuscolare. Bellissimo.
VOTO : 9/10
(USA, 2013)
Regia: Joel & Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel & Ethan Coen
Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham, Adam Driver
Genere: Drammatico
Il caso, la sfortuna, il fato. Sono temi che ricorrono sempre nella filmografia di Joel e Ethan Coen fin dal bellissimo esordio con Blood Simple per arrivare ad A Serious Man, una delle perle più sottovalutate della loro intera carriera, e capolavoro assoluto per chi scrive.
In tutto questo nichilismo senza fondo, senza spiegazione, surreale, grottesco, comico, i Coen sguazzano come fossero a casa, ma il loro filosofeggiare (a volte scherzoso, altre più serio) è sempre circondato da un rigore stilistico che pochi altri cineasti riescono a mantenere nel corso di una carriera. Che l'Oscar e la consacrazione definitiva sia arrivata solamente con No Counrty for Old Men (se escludiamo il premio per lo script di Fargo) è una magra consolazione, ma la prova che il duo registico di St. Louis Park oltre che essere un grande, enorme talento artistico, lo è anche a livello imprenditoriale. Coraggiosi, prima di tutto, perché capaci di alternare lavori faticosi e laboriosi come True Grit e, appunto, No Counrty for Old Men, a pellicole più personali e "minori" in cui però emerge in maniera esplosiva la loro filosofia di vita, condita da quel black humour diventato il loro marchio di fabbrica.
Non ne è esente nemmeno Inside Llewyn Davis, vincitore del Gran Prix della giuria all'ultimo festival di Cannes e lodato universalmente come uno dei migliori film della passata stagione cinematografica. Ebbene si, il film ispirato alla vita di Dave Van Ronk, scala incredibilmente la classifica e raggiunge le loro vette migliori; impossibile non ripensare alla filosofia di A Serious Man, al bianco e nero di The Man Who Wasn't There, o all'odissea dei tre protagonisti di Oh Brother, Where Art Thou?
Molti lo hanno definito un Coen minore, e parecchi altri continueranno ad affermarlo, ma il cuore di questi due cineasti sta proprio in questi piccoli prodotti (il budget è di appena 11 milioni di dollari), film in cui sanno già che il pubblico non si rispecchierà totalmente, a parte forse i seguaci più fieri.
Il racconto si svolge nel 1961 in quel Greenwich Village palcoscenico della scena folk americana, dove il talentuoso ma arrogante Llewyn Davis tenta disperatamente di imporsi come solista, dopo la prematura scomparsa del partner di un tempo (suicidatosi buttandosi giù dal George Washington Bridge, il ché sarà al centro di una buffa battuta scandita dal personaggio di John Goodman). Così seguiamo Llewyn, inseguito dal gatto Ulisse, per le strade e le superstrade dell'America, lottando con tutte le forze per rimanere integro e fedele alle sue convinzioni e non lasciarsi corrompere da un sistema che sta lentamente catapultando la folk music verso il commerciale. Prima che un certo ragazzino di Duluth arrivi a fare piazza pulita...
Così, come una lunga odissea senza fine e con un enigmatico eterno ritorno, il protagonista si chiede e ci chiede se ce la farà mai a sfondare in un mondo dove le regole stabilite sono già contro di te. I Coen, al solito, si (e ci) interrogano pur sapendo di non avere le risposte; in una visione del mondo in cui avere le risposte risulta impossibile ci basta un loro film, magistralmente diretto come quest'ultimo (ma come sempre), poeticamente fotografato da Bruno Delbonnel, musicalmente impeccabile grazie agli splendidi brani assemblati e cantati, tra gli altri, da un Oscar Isaac perfetto nella parte di un antieroe, a tratti antipatico ma profondamente vero, reale, tangibile. Il cast di caratteristi è dosato con intelligenza e tutti sono all'altezza del compito.
Inside Llewyn Davis è quindi il canto dolce e sofferto di una vita senza scampo. Affascinante, poetico, crepuscolare. Bellissimo.
VOTO : 9/10
domenica 2 febbraio 2014
Anteprima: i film imperdibili di febbraio!!
6 febbraio:
Inside Llewyn Davis (A proposito di Davis) - E' il nuovo film dei fratelli Coen, vincitore del Gran Prix della giuria all'ultimo festival di Cannes, ispirato alla vita del cantante folk Dave Van Ronk. Nel cast Oscar Isaac, Justin Timberlake, Carey Mulligan e John Goodman.
All Is Lost (Tutto è perduto) - Uno "one man show" con Robert Redford da solo contro la violenza e l'ineluttabilità della natura. Dal regista J.C. Chandor, fattosi notare con Margin Call.
Smetto quando voglio - Opera prima di Sydney Sibilla, la storia di sette brillanti cervelli che uniscono le forze per affrontare la crisi in maniera "alternativa". Dandosi al crimine ovviamente!
13 febbraio:
The Monuments Men - Quinta regia per George Clooney che richiama all'attenti un cast stellare (Damon, Blanchett, Goodman, Murray, Dujardin) per trarre in salvo il patrimonio culturale dell'umanità minacciato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Sotto una buona stella - Il consueto ritorno alla regia di un maestro della commedia italiana, ovvero Carlo Verdone; qui in coppia con Paola Cortellesi.
20 febbraio:
12 Years a Slave (12 anni schiavo) - Il film che quasi certamente trionferà nella notte degli Oscar per la statuetta più ambita e terza regia dell'artista Steve McQueen. Veramente imperdibile.
The Lego Movie - Il primo film per il cinema interamente dedicato al mondo LEGO, dai registi di Piovono polpette: chi se lo perde?
Saving Mr. Banks - La storia dietro la lavorazione tormentata del celebre classico Disney Mary Poppins, ma anche un'attenta biografico della P. L. Travers di quegli anni, così come una bonaria rappresentazione del mitico Walt, impersonato da Tom Hanks.
27 febbraio:
La belle & la béte (La bella e la bestia) - Rivisitazione del celebre classico per l'infanzia in una co-produzione franco tedesca, con la bella Lèa Seydoux (La vita di Adele) nella parte della protagonista e Vincent Cassell nei panni della bestia.
Snowpiercer - Esordio negli Stati Uniti per il coreano Bong Joon-ho, con questo film di fantascienza politica e sociale, interpretato da Chris Evans, Tilda Swinton e dall'inseparabile Kang-ho Song.
Tir - Il vincitore del'ultimo festival del Film di Roma, a metà tra finzione e realtà.
Inside Llewyn Davis (A proposito di Davis) - E' il nuovo film dei fratelli Coen, vincitore del Gran Prix della giuria all'ultimo festival di Cannes, ispirato alla vita del cantante folk Dave Van Ronk. Nel cast Oscar Isaac, Justin Timberlake, Carey Mulligan e John Goodman.
All Is Lost (Tutto è perduto) - Uno "one man show" con Robert Redford da solo contro la violenza e l'ineluttabilità della natura. Dal regista J.C. Chandor, fattosi notare con Margin Call.
Smetto quando voglio - Opera prima di Sydney Sibilla, la storia di sette brillanti cervelli che uniscono le forze per affrontare la crisi in maniera "alternativa". Dandosi al crimine ovviamente!
13 febbraio:
The Monuments Men - Quinta regia per George Clooney che richiama all'attenti un cast stellare (Damon, Blanchett, Goodman, Murray, Dujardin) per trarre in salvo il patrimonio culturale dell'umanità minacciato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Sotto una buona stella - Il consueto ritorno alla regia di un maestro della commedia italiana, ovvero Carlo Verdone; qui in coppia con Paola Cortellesi.
20 febbraio:
12 Years a Slave (12 anni schiavo) - Il film che quasi certamente trionferà nella notte degli Oscar per la statuetta più ambita e terza regia dell'artista Steve McQueen. Veramente imperdibile.
The Lego Movie - Il primo film per il cinema interamente dedicato al mondo LEGO, dai registi di Piovono polpette: chi se lo perde?
Saving Mr. Banks - La storia dietro la lavorazione tormentata del celebre classico Disney Mary Poppins, ma anche un'attenta biografico della P. L. Travers di quegli anni, così come una bonaria rappresentazione del mitico Walt, impersonato da Tom Hanks.
27 febbraio:
La belle & la béte (La bella e la bestia) - Rivisitazione del celebre classico per l'infanzia in una co-produzione franco tedesca, con la bella Lèa Seydoux (La vita di Adele) nella parte della protagonista e Vincent Cassell nei panni della bestia.
Snowpiercer - Esordio negli Stati Uniti per il coreano Bong Joon-ho, con questo film di fantascienza politica e sociale, interpretato da Chris Evans, Tilda Swinton e dall'inseparabile Kang-ho Song.
Tir - Il vincitore del'ultimo festival del Film di Roma, a metà tra finzione e realtà.
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sabato 1 febbraio 2014
PAGELLONE: i film di gennaio!
E' un'esibizione compiaciuta di stili, colori ed eccessi di un'epoca, quella dei '70s, che David O. Russell proietta nella tua mente fino a sconvolgerti.
Un boss in salotto - voto: 3/10
L'ennesimo insulto alla commedia italiana, mai vista tanta superficialità (persino nel make-up) e sciatteria tutta insieme.
The Butler - voto: 6/10
E' il rituale minestrone retorico a stelle e strisce, ma riesce comunque a coinvolgere grazie alle grandi interpretazioni del suo cast. Sfortunatamente si dimentica in fretta.
Il capitale umano - voto: 8/10
E' la prova dell'autenticità del cinema di Virzì che, dopo la fiaba contemporanea di Tutti i santi giorni, ci regala una perla amara e insopportabilmente attuale.
Disconnect - voto: 4/10
Parlare della rete e fare un buon film è possibile (The Social Network), Disconnect non l'ha capito e, cosa peggiore perché film corale, non coinvolge.
2 giorni a New York - voto: 5/10
Un film nevrotico, sciocco e ripetitivo dove alla lunga ci si stanca di personaggi e situazioni. (Doppiaggio italiano a dir poco ridicolo)
Il grande match - voto: 4/10
Grudge Match è un Rocky VI senza enfasi né effetto nostalgia e molto, molto più patetico. (E Rocky VI era già un brutto film)
The Counselor - voto: 4,5/10
Con i dialoghi che sembrano dettati da un quindicenne, i continui aforismi da cioccolatino e un'ingenuità di fondo in cui i personaggi sguazzano si fa fatica a pensare che The Counselor l'abbia scritto Cormac McCarthy.
The Wolf of Wall Street - voto: 9/10
Esagerato, ossessivo, esplosivo, delirante, eccessivo, "stupefacente", tutto questo e ancora di più è The Wolf of Wall Street, ennesima meraviglia della coppia Scorsese/DiCaprio.
Tutta colpa di Freud - voto: 6,5/10
A parte qualche forzatura, che non riesce proprio a scrollarsi di dosso, è il primo buon film di Paolo Genovese. Ottimo Giallini, ma ancora di più Anna Foglietta.
Dallas Buyers Club - voto: 7,5/10
Il film rifugge saggiamente la facile commozione per cercare una chiave di lettura classica, ma al contempo molto convincente grazie alle straordinarie performance di Matthew McConaughey e Jared Leto.
In attesa di vedere Nebraska, di Alexander Payne, finalmente arrivato nella mia città...
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Un boss in salotto
I segreti di Osage County, la recensione
August: Osage County
(USA, 2013)
Regia: John Wells
Sceneggiatura: Tracy Letts
Cast: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Juliette Lewis, Sam Shepard, Benedict Cumberbatch
Genere: Dramma familiare
L'inatteso suicidio di Beverly Weston, alcolizzato e depresso, porterà la moglie Violet, anch'essa con problemi di dipendenza da farmaci, ad avere tutta la famiglia riunita sotto lo stesso tetto per le celebrazioni del funerale; non sarà facile trattenere tutti i rancori del passato, soprattutto visto il carattere al vetriolo di Violet e Barbara, la figlia maggiore.
Se siete alla ricerca di personaggi femminili tosti, forti e dannatamente dominanti, I segreti di Osage County è di certo il film che fa al caso vostro; negli ultimi anni, niente come questo dramma familiare, trasposizione di un'opera teatrale scritta da Tracy Letts (e adattata dalla stessa), ha saputo ritrarre così cinicamente l'universo femminile, attorno al quale ruota l'esistenza della controparte maschile, debolmente rappresentata. I personaggi di Sam Shepard, Ewan McGregor, Benedict Cumberbatch e perfino Chris Cooper sono dei veri e propri inetti che non hanno saputo tener testa alla vita e alle sue difficoltà in maniera adeguata rispetto alle mogli/madri, che invece hanno sempre un'ultima parola per tutto e tutti.
Semplicemente strepitosa Meryl Streep, capace di regalarci una performance in cui la sua Violet esplode in tutta la sua violenza (verbale) drammaturgica, in grado di mangiarsi in un sol boccone la pur eccezionale Julia Roberts (erano anni che non recitava così bene). I loro ruoli sono di sicuro caratterizzati fino agli estremi, ma è proprio questa la carta vincente di un film che analizza una famiglia calata nell'universo desolato dell'Oklahoma: è appunto l'America a emergere nel sottotesto di un racconto amaro e contraddittorio, pessimista e annichilente. Emblematico l'episodio del pranzo post-funerale in cui un'indiavolata Streep provoca e annienta le proprie figlie colpevoli di non aver saputo dare un senso più alto alle proprie esistenze, nonostante i sacrifici fatti; un discorso in cui né l'autrice (Letts) né tantomeno il regista (Wells) decidono di prendere posizione, lasciando allo spettatore il compito di scegliere da che parte stare in base alle proprie esperienze di vita.
Insomma l'universo femminile raccontato da August: Osage Count potrà pure apparire grottesco e artificioso, ma non si farà fatica a crederci sul serio.
VOTO : 7/10
(USA, 2013)
Regia: John Wells
Sceneggiatura: Tracy Letts
Cast: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper, Abigail Breslin, Juliette Lewis, Sam Shepard, Benedict Cumberbatch
Genere: Dramma familiare
L'inatteso suicidio di Beverly Weston, alcolizzato e depresso, porterà la moglie Violet, anch'essa con problemi di dipendenza da farmaci, ad avere tutta la famiglia riunita sotto lo stesso tetto per le celebrazioni del funerale; non sarà facile trattenere tutti i rancori del passato, soprattutto visto il carattere al vetriolo di Violet e Barbara, la figlia maggiore.
Se siete alla ricerca di personaggi femminili tosti, forti e dannatamente dominanti, I segreti di Osage County è di certo il film che fa al caso vostro; negli ultimi anni, niente come questo dramma familiare, trasposizione di un'opera teatrale scritta da Tracy Letts (e adattata dalla stessa), ha saputo ritrarre così cinicamente l'universo femminile, attorno al quale ruota l'esistenza della controparte maschile, debolmente rappresentata. I personaggi di Sam Shepard, Ewan McGregor, Benedict Cumberbatch e perfino Chris Cooper sono dei veri e propri inetti che non hanno saputo tener testa alla vita e alle sue difficoltà in maniera adeguata rispetto alle mogli/madri, che invece hanno sempre un'ultima parola per tutto e tutti.
Semplicemente strepitosa Meryl Streep, capace di regalarci una performance in cui la sua Violet esplode in tutta la sua violenza (verbale) drammaturgica, in grado di mangiarsi in un sol boccone la pur eccezionale Julia Roberts (erano anni che non recitava così bene). I loro ruoli sono di sicuro caratterizzati fino agli estremi, ma è proprio questa la carta vincente di un film che analizza una famiglia calata nell'universo desolato dell'Oklahoma: è appunto l'America a emergere nel sottotesto di un racconto amaro e contraddittorio, pessimista e annichilente. Emblematico l'episodio del pranzo post-funerale in cui un'indiavolata Streep provoca e annienta le proprie figlie colpevoli di non aver saputo dare un senso più alto alle proprie esistenze, nonostante i sacrifici fatti; un discorso in cui né l'autrice (Letts) né tantomeno il regista (Wells) decidono di prendere posizione, lasciando allo spettatore il compito di scegliere da che parte stare in base alle proprie esperienze di vita.
Insomma l'universo femminile raccontato da August: Osage Count potrà pure apparire grottesco e artificioso, ma non si farà fatica a crederci sul serio.
VOTO : 7/10
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