venerdì 14 febbraio 2014

Alexander Payne, dalle Hawaii in Nebraska per continuare a farci emozionare

Nebraska
(USA, 2013)
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura: Bob Nelson
Cast: Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk
Genere: Commedia drammatica



Woody Grant è un vecchio pensionato del Montana che, ricevuta una lettera su una sua possibile vincita milionaria, vuole partire per il Nebraska e incassare la somma. Inizialmente contrario, il figlio David lo accompagnerà nel viaggio, conscio che si tratta di una banale truffa, e sfrutterà l'occasione per conoscere più da vicino quella figura misteriosa che è stata suo padre.
Alexander Payne è uno dei pochi registi contemporanei in grado di lasciare un'impronta indelebile e perfettamente riconoscibile nei suoi film; il cineasta di Omaha ci ha da sempre abituati a storie grezze e sincere, che parlano della terra, di perenni viaggi alla ricerca di se stessi e degli altri che non abbiamo mai conosciuto veramente. Fu così per Ruth, tossicodipendente incastrata in una lotta tra abortisti e cattolici, passando per il Jim McAllister di Election, pronto a conoscere gli angoli più malsani della propria personalità dopo una prima parte di vita invidiabile e tranquilla. Con About Schmidt il balzo che gli vale l'Oscar, il primo, e che traccerà il tema più ricorrente nella sua successiva attività, ovvero il viaggio attraverso cui scoprire non solo se stessi, ma guardare il cambiamento di un America in continuo mutamento. Ciò che invece resta inalterato è il meraviglioso paesaggio che Payne osserva con occhio giornalistico, ma non privo di quell'estasi di cui le sue storie si nutrono. Payne è anche un ritrattista in senso moderno, i suoi personaggi difficilmente sono dimenticabili, anzi proprio per niente. Difficile scordarsi la rassegnazione sul volto di Jack Nicholson o il lento disvelamento degli inganni sentimentali affrontati dal George Clooney di The Descendants (secondo Oscar), così come sarà impossibile dimenticare il volto scavato e vissuto di Bruce Dern in questo Nebraska.
La figura di Dern, Woody Grant, è una delle più ricorrenti nel cinema, spesso americano: un uomo segnato dalla vita, dalla guerra scopriremo poi, ma soprattutto dal suo carattere. Un carattere che lo ha in qualche modo costretto a vivere una vita fatta di poche soddisfazioni, con una moglie opprimente e logorroica; tutto quanto affogato nell'alcool, vizio da cui non è mai riuscito a liberarsi e che ha argutamente trasmesso ai propri figli.
Per la prima volta alle prese con una storia non scritta di suo pugno, Payne non tradisce se stesso, anzì modella e adatta la sceneggiatura di Bob Nelson donandole quel carattere itinerante suo marchio di fabbrica. La scelta del bianco e nero per la fotografia si rivela vincente, in una storia in cui l'80% delle persone ritratte hanno ormai superato la sessantina e in territori, quelli del Montana e del Nebraska, che appunto non brillano per brio.
David Grant, interpretato da un bravissimo Will Forte (prima esperienza in un ruolo non comico), dapprima riluttante, decide di far vivere quest'avventura al padre, contro tutto e tutti (soprattutto la madre); sarà l'occasione per conoscere il proprio padre, solitamente taciturno, la sua giovinezza, le sue ambizioni, i suoi fallimenti e il suo sogno (americano, of course). June Squibb regala una grande performance, che forse è più figlia di un personaggio ben scritto, quello di una madre "padrona" dalle mille sfaccettature.
Questa è l'America contadina, quella operaia, dimenticata e isolata dal resto del mondo, a cui Alexander Payne dedica un affresco sincero e misurato: si, perché i suoi film sono anche questo, un canto dolce e mai esplosivo. Payne non vuole l'immediatezza dell'emozione, i suoi concetti devono essere assimilati, digeriti, e lentamente l'emozione cresce e s'ingigantisce a dismisura tempo dopo la visione. E in quel momento sai che ha fatto centro ancora una volta.
VOTO : 8/10

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